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4È il primo altare a cornu evangelii. Nel 1796 l’artefice Giovanni Rodoloni fu incaricato di realizzare l’altare in marmo fino ai basamenti delle colonne, mentre Stefano Porfiri e Luigi Picozzi da Morrovalle fecero i pilastri e le colonne in scagliola marmorizzata; lo stesso dicasi per gli altari di Sant’Anna e di Sant’Antonio. In cima, al centro dello stucco che adorna l’oculo cieco, sta un triangolo equilatero, di colore nero, che ospita il divino tetragramma “YHVH”, in oro. Il nero rimanda al sacro, ma certo anche al mistero insondabile di Dio; l’oro alla Sua luce inestinguibile. Durante l’ultimo intervento di restauro è inoltre emerso che i raggi che da esso si dipartono sono stati realizzati con scaglie di stucco rosato, sulle quali sono state applicate come delle finissime lastrine di vetro che, colpite dalla luce che un tempo proveniva dall’oculo sopra l’altare di Sant’Antonio, rifrangevano il chiarore tutt’attorno. Sulla destra e sulla sinistra, in asse con le colonne del retablo, poggiano due putti, l’uno con in mano un grappolo d’uva, l’altro con delle spighe di grano. Sono questi simboli per così dire eucaristici, chiaramente evangelici, che alludono alla vita di comunione in Cristo, col suo sacrificio sulla croce. Dice il divin Maestro: «Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto» (Gv 15, 5). E ancora: «In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano non muore, rimane solo; se invece muore, porta molto frutto» (Gv 12, 24). Il grano tra l’altro, fructum terrae, rimanda anche alla paterna bontà di Dio, che in quanto Provvidenza, ha cura dell’uomo. Il Santo titolare di questo altare è noto quale “Santo della Provvidenza”, perché in Dio solo riponeva la sua fiducia. Nelle Costituzioni dell’Ordine dei Chierici Regolari Teatini, emanate nel 1604, si disponeva che i religiosi non possedessero alcunché e che non chiedessero nemmeno l’elemosina, ma vivessero accontentandosi di ciò che i fedeli recavano loro e di ciò che la divina Provvidenza inviava ai suoi figli. La sottostante tela di “San Gaetano da Thiene” (1,66 x 3,51) venne dipinta da Lodovico Trasi da Ascoli Piceno (1634- 1695) nel 1634 per la precedente chiesa di San Filippo; fu quindi ampliata nelle dimensioni per essere allocata nel nuovo altare. La scena ritratta fa riferimento ad un episodio da lui stesso narrato in una lettera a Laura Mignani, religiosa agostiniana del monastero di Santa Croce a Brescia, alla quale confidava che nel 1517, celebrando la Messa presso l’altare del Presepe nella Basilica di Santa Maria Maggiore in Roma, venne rapito in estasi e vide la Vergine partorire Gesù. La Madonna infatti, assisa su di una nuvola, sembra avergli appena lasciato tra le braccia il divin Figlio avvolto in un panno bianco il cui candore rimanda a quello del giglio, posto a terra accanto a due putti che recano in mano il Vangelo di Matteo, aperto sul capitolo 6, nel bel passo in cui Gesù invita i Suoi ad affidarsi totalmente a Dio: «Respicite volatilia caeli [quoniam] non serunt [neque metunt] neque congregant in horrea» (Mt 6, 26). «Nolite solliciti esse» (Mt 6, 34). Lui, vestito di nero – indossa infatti la talare – fa delle sue braccia come la culla del Bambinello, in uno sguardo assorto, di contemplazione.

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